Già si è parlato a lungo e si continua a parlare delle conseguenze geoeconomiche della nuova presidenza Usa. Quel che ancora fa difetto è la corretta considerazione degli effetti, sui fronti sia politico sia etico, delle vicende rese di dominio pubblico in questi ultimi mesi. Tali vicende però hanno radici antiche che risalgono agli anni Novanta del secolo scorso. Non si deve dunque cadere nell’errore di pensare che il fenomeno Trusk (Trump + Musk) sia una sorta di fulmine a ciel sereno, qualcosa di inatteso. Invero, nel corso dell’ultimo trentennio si è andata affermando, a partire dalla California, una duplice presa di posizione, tra i segmenti molto alti della scala sociale, nei confronti del modello di ordine sociale verso cui tendere nel mondo occidentale. Per un verso, quella dei patriotic millionaires e per l’altro verso quella dei woke capitalists.
Si tratta di soggetti appartenenti alla categoria dei super ricchi. Il motto dei primi è: «In tax we trust». Costoro chiedono ai governi di accrescere la pressione fiscale a loro carico (fino al 60% dei redditi conseguiti) per provvedere a quanto serve per finanziare il welfare a condizione di essere «lasciati in pace» nella loro attività. I secondi invece considerano che, poiché la politica democratica non è più in grado di assecondare le aspettative di benessere dei cittadini e poiché gli Enti di terzo settore non hanno la forza, pur avendone la volontà, di provvedere alla bisogna, ricchi e super ricchi devono farsi carico di sostituire lo Stato nell’assolvimento dei suoi compiti di welfare, a patto di non venire gravati da un’imposizione fiscale sul reddito superiore al 15%. Il think tank dei capitalisti woke – un gruppo che include persone come l’attuale vicepresidente americano J. D. Vance, C. Yarwin, D. Sacks e, più recentemente E. Musk – è il «Claremont Institute» fondato dai seguaci del filosofo ultraconservatore Leo Strauss. Mai si dimentichi che la magnificenza non è la stessa cosa della munificenza. La prima significa trasformare la ricchezza privata in beneficio pubblico allo scopo di rivendicare il proprio onore e il diritto a governare. (Cosimo de’ Medici salvò bensì Firenze dalla bancarotta, ma se la comprò!). La seconda, invece, rinvia al concetto di dono come gratuità.
Tanti sono ormai gli episodi che confermano una tale tendenza. Si pensi alle fondazioni d’impresa e alla nuova filantropia, al marketing sociale e così via. L’idea è quella di stimolare la filantropia a diventare strategica, anziché reattiva, canalizzando le risorse in modo professionale verso progettualità che siano sinergiche con le imprese stesse e così via. Va da sé che non ci si interroga sui modi, cioè sul come la ricchezza viene ottenuta dai grandi filantropi, perché il fine giustifica i mezzi – anche se non si ha il coraggio di ammetterlo.
È agevole comprendere quale sarebbe l’esito sul fronte della democrazia – propriamente intesa, come sempre si dovrebbe dire, come governo del popolo, con il popolo, per il popolo – qualora tendenze del genere venissero a consolidarsi e a diffondersi. Il fatto è che la democrazia non può reggere all’attuale concentrato di potere politico, economico e tecnologico nelle mani di pochi soggetti. Il nuovo capitalismo non ha più bisogno della democrazia liberale per continuare ad accumulare profitto. E il grande rischio è che le imprese si allineino al nuovo spirito dei tempi anche nella sostenibilità, e che si facciano Stato, mettendo una gerarchia privata (l’impresa) a fare cose di interesse pubblico. È questa la de-democratizzazione della democrazia.
Di questa autentica res nova, il mondo dell’intellettualità e, specialmente di coloro che si dedicano a indagare la realtà economica e sociale dovrebbero prendere atto, intervenendo con più forza e indipendenza.
Di recente circa sessanta istituzioni accademiche e di ricerca tedesche dell’Assia hanno abbandonato la piattaforma social X. Il motivo è l’incompatibilità tra i valori fondamentali delle istituzioni accademiche e il nuovo orientamento imposto da Musk alla piattaforma, il cui algoritmo è orientato alla disinformazione e soprattutto alla manipolazione delle menti. Ecco una battaglia che il mondo cattolico, ma non solo, dovrebbe ingaggiare. Come otto secoli fa si riuscì in Gran Bretagna a introdurre il diritto all’habeas corpus, occorre oggi battersi per vedere affermato l’habeas mentem, introducendo nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo il diritto a non subire manipolazioni della mente, come la mole crescente di fake truths (da non confondere con le fake news) va facendo.
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